martedì 27 aprile 2010

Amici (2)

Riprendo un discorso iniziato qui e passo finalmente a Viaggio verso Occidente di Gianluca Maconi.
Era da tempo che volevo buttare giù le mie impressioni su questo fumetto tratto dallo Xiyou Ji un'opera che, letta nella sua riduzione giapponese Son Goku, avevo trovato tutto sommato piacevole.
Ma siccome l'amico Emiliano è uno dei cinque lettori di questo blog, e siccome è proprio lui quello che mi ha fatto conoscere Son Goku, prima di scriverne pubblicamente attendevo che si concretizzasse l'occasione di donargli i due bei volumi di Viaggio verso Occidente impreziositi da una dedica personalizzata di Gianluca come valore aggiunto.
Svolta la missione, posso ora procedere:


Gianluca Maconi
Viaggio verso Occidente.
Volume 1: Monkey Business
Volume 2: Tafferuglio in Paradiso

Lavieri


Irriverente è l'aggettivo che sintetizza alla perfezione la personale traduzione a fumetti operata da Gianluca Maconi di Viaggio in Occidente, il grande classico della letteratura cinese fonte di innumerevoli adattamenti per la carta stampata, il grande e il piccolo schermo.
Irriverente, innanzitutto, è Sun Wukong, lo scimmiotto di pietra protagonista del romanzo originale (nella cui trama è inutile addentrarsi) che irrispettoso delle gerarchie, financo di quelle celesti, ne combina veramente di tutti i colori sia in cielo che in terra.
E fin qui... Ma irriverente è soprattutto (e coerentemente) l'approccio formale utilizzato da Maconi, che presenta le avventure del bizzarro primate in un insolito formato quadrato, promessa e premessa di un originale sviluppo “tridimensionale” della saga intesa come collezione-oggetto.
Ma non solo. La scelta del formato è anche scelta di una struttura narrativa semplice e diretta ma non per questo monotona: in genere ci sono solo una o due-tre grandi vignette per pagina (altre combinazioni sono più rare), ma la composizione crea un ritmo sincopato che coniuga la fluidità della lettura con gli accenti improvvisi che caratterizzano questo lungo racconto esuberante. Una partitura accompagnata da un disegno altrettanto semplice e immediato che, come essa stessa, fa della chiarezza e dell'espediente il proprio punto di forza.
Sì, “espediente”; perché l'autore, irriverente pure lui, gioca (divertendosi) col mezzo e sfrutta ogni accorgimento per raccontare “di più” con “meno” sposando felicemente il proprio stile alla sintesi imposta dalle esigenze narrative. Salvo poi scoprire le carte smascherato dalle stesse scimmie che sta disegnando, in un divertente cortocircuito metanarrativo in Tafferuglio in Paradiso.
L'apparente naturalezza cela dunque la capacità di Maconi di condensare e diluire le informazioni iconiche e testuali in funzione del ritmo narrativo e dell'economia globale della storia e gli permette di inserire con ironia elementi spuri tratti dalla quotidianità contemporanea all'interno di un romanzo scritto alla fine del 1500.
Lungi dal costituire futili distrazioni, tali citazioni e ammiccamenti collegano la storia in maniera spiritosa e con la giusta leggerezza tanto alla realtà provinciale dell'autore (Pordenone gemellata col Mondo delle Ombre!) quanto a precisi immaginari generazionali largamente condivisi (Victor Wong / Egg Shen) a dimostrazione dell'universalità di un grande racconto che, come nota Serafino Balduzzi nella sua postfazione, Maconi contribuisce a diffondere e vivificare.


P.S. Le immagini sono prese in prestito dal blog di Gianluca. Spero non me ne voglia.

giovedì 22 aprile 2010

Zoom Archigram!

Ironici e provocatori, mai banali, negli anni Sessanta gli inglesi Peter Cook, Warren Chalk, Dennis Crompton, David Greene, Ron Herron e Mike Webb diedero una scossa al mondo impaludato dell'architettura realizzando una serie di pubblicazioni nelle quali affrontavano in modo inedito i temi della tecnologia, della modularità e del nomadismo coniugandoli con l'estetica della società di massa.
La volontà di dare risposta ai fermenti culturali e alle rapide trasformazioni sociali in atto li portò a chiamare programmaticamente la loro rivista Archigram (contrazione di "Architecture telegram") a significare un'urgenza che solo il ricorso ai mezzi di comunicazione più veloci (in questo caso, idealmente, il telegramma) poteva soddisfare.
Attenti e sensibili alle espressioni della cultura di massa, attraverso la tecnica del collage essi inglobarono nelle loro analisi e nei loro progetti elementi eterogenei e singolari tra cui i fumetti.


In particolare Archigram 4 (1964), impreziosito da una bizzarra sezione pop-up, conteneva un'appassionata ma attenta analisi delle relazioni tra architettura, scienza e fantascienza lette attraverso l'immaginario allora ottimistico del fumetto.

Quello straordinario Amazing Archigram Zoom Issue è integralmente consultabile online sul sito Archigram Archival Project, ricco archivio digitale di quanto prodotto dal gruppo avanguardista britannico tra il 1961 e il 1974.
Scriveva a pagina 4 Warren Chalk: "Close examination of SPACE COMIC material reveals a two-way exchange between space comic imagery and the more advanced ‘real’ concepts and prophesies-----Geodesic nets, pneumatic tubes, plastic domes and bubbles----
--the world of the think-balloon and the inventors pad overlap".


Lezione da tenere a mente, non tanto per il contenuto legato al periodo quanto per il metodo.

Le immagini qui riprodotte servono per convalidare il discorso o costituire premessa per una discussione o confutazione degli argomenti affrontati.
Tutte le immagini © copyright degli autori e/o degli aventi diritto.

domenica 18 aprile 2010

Ben Katchor su Metropolis Magazine

Restando in tema di segnalazioni, da troppo tempo rimando di consigliare la lettura degli spassosi interventi di Ben Katchor su Metropolis Magazine, brevi storielle a fumetti alla Julius Knipl che si possono leggere online qui e che costituiscono una riflessione acuta sulla città e l'architettura contemporanee.
Avevo in animo di farne il soggetto di un articolo vero e proprio ma i demoni della pigrizia e della lentezza si sono impossessati di me e non posso rimandare oltre la condivisione del piacere della lettura di queste perle.

[Salone del Mobile 2010] by Matteos

In concomitanza con il Salone del Mobile di Milano, Matteo Stefanelli sta presentando sul suo ottimo blog un'intrigante "rassegna quotidiana di casi di interesse fumettistico tratti [appunto] dal Salone 2010". Al momento in cui scrivo i post pubblicati hanno come temi l'ultimo numero della rivista specialistica "Domus", il recente restauro della scultura "Bagni Misteriosi" di Giorgio De Chirico, l'allestimento del punto vendita Kartell a La Rinascente, i complementi d'arredo di GURU e il numero 500 della rivista "Abitare".
Per scoprire in che modo tutto questo ha a che fare con il fumetto basta seguire i link, in attesa di un "gran finale" previsto per oggi.

venerdì 16 aprile 2010

Comics and the City

a cura di Jörn Ahrens e Arno Meteling
Comics and the City: Urban Space in Print, Picture and Sequence
Continuum


Nonostante il Fumetto sia correntemente accreditato quale medium urbano per eccellenza, il volume curato da Jörn Ahrens e Arno Meteling è il primo lavoro di un certo spessore prodotto in ambito accademico che ne indaga il profondo rapporto con la Città.
Frutto di un convegno internazionale tenutosi a Berlino nel giugno 2007 - convegno di cui costituisce gli atti - Comics and the City si presenta come una raccolta di sedici saggi scritti da altrettanti studiosi e raggruppati in cinque macro categorie: “History, Comics and the City”, “Retrofuturistic and Nostalgic Cities”, “Superhero Cities”, “Locations of Crime” e “The City-Comic as a Mode of Reflection”.
La prima sezione, nell'esaminare il legame storico tra Città e Fumetto, tratta inevitabilmente di Yellow Kid e Winsor McCay per approdare poi con un notevole salto cronologico e concettuale a Jason Lutes e al suo Berlin. Interessanti in particolare le considerazioni che Jens Balzer e Ole Frahm fanno nei loro rispettivi saggi sulla tavola di Yellow Kid “The Open-Air School in Hogan's Alley” (New York World, 18 Ottobre 1996) disegnata da un George B. Luks subentrato al più noto Richard F. Outcault dopo il passaggio di quest'ultimo a un giornale rivale. L'analisi in entrambi i casi è ben condotta, approfondita e non banale e mette in relazione la molteplicità dei segni e la dispersione spaziale della pagina disegnata con il ruolo dello sguardo nell'esperienza urbana della nascente metropoli.
Nella seconda sezione, che affronta il tema della nostalgia, spicca il saggio di Henry Jenkins sui fumetti retrofuturisti di Dean Motter (il trittico costituito da Mister X, Terminal City ed Electropolis) e sulle loro immagini dialettiche, riflessi malinconici delle perdute speranze del passato in un futuro radioso.
La terza sezione, dedicata alle città dei supereroi, introduce nel quadro il ruolo dell'ideologia e della politica ed evidenzia, nel saggio di Jason Bainbridge, come la casa editrice Marvel Comics abbia saputo sfruttare il meccanismo proiettivo attivato dalla lettura di un fumetto nel creare un forte legame tra la sue produzioni e la città di New York.
La città come territorio del crimine è il tema della quarta sezione, un tema declinato sotto molteplici aspetti tra cui il teatro della memoria di From Hell e l'estetica di genere di 100 Bullets che secondo Jörn Ahrens rappresenta compiuta espressione artistica della cultura di massa.
La quinta sezione, infine, si presenta come una sorprendente miscellanea che alle analisi dei fumetti di Marc-Antoine Mathieu e di Enki Bilal affianca l'interessantissimo intervento di Andreas Platthaus sulle diverse concezioni urbanistiche della ogni-città di Paperopoli che emergono dalla lettura dei fumetti di Carl Barks nella versione originale e nella rispettiva traduzione tedesca operata da Erika Fuchs.

Il livello degli scritti è eccellente se non ottimo. Occasionalmente il lettore può ritrovarsi a non concordare con singole affermazioni, come del resto è naturale trattandosi di un'opera di saggistica, ma i contributi nel loro complesso sono ben scritti e argomentati e forniscono uno stimolo continuo.
Gli autori sono tutti studiosi di alto livello che si occupano di media, comunicazione e letteratura. Spicca dunque l'assenza del punto di vista di un architetto o di un urbanista, tanto più che il sottotitolo del libro fa esplicito riferimento allo spazio urbano mentre il più delle volte l'attenzione si focalizza piuttosto sulla condizione urbana, analizzata sotto l'aspetto duale di matrice e al tempo stesso oggetto della rappresentazione.
Lungi dall'essere un difetto, questo taglio sociologico comunque amplia e arricchisce la portata della riflessione su un tema che di certo non si esaurirebbe nell'elenco asettico dei referenti reali o immaginari di città e architetture del fumetto moderno.

martedì 13 aprile 2010

Fumetti in Galleria

("Hydro Poles 1", Jeff Lemire)


Con colpevole ritardo riporto la notizia dell'interessante mostra Cartoon City allo York Quay Center di Toronto (10 Aprile - 13 Giugno 2010).
Otto autori di fumetti locali (tra cui Michael Cho e Jeff Lemire) intepretano il proprio quartiere attraverso opere realizzate per l'occasione.
Il contributo di Cho può essere ammirato sul suo blog.
Non credo che in esposizione ci siano veri e propri fumetti (né avrò la possibilità di controllare, purtroppo) ma è sicuramente stimolante osservare la realtà/immagine urbana filtrata dalla sensibilità di chi normalmente si esprime attraverso l' "arte sequenziale".


(Valeria Buset - foto di David Zellaby)


Sempre in tema di arte e fumetto, in questo caso però nel senso "letterale" di baloon, segnalo l'utilizzo della nuvoletta da parte di Valeria Buset nelle opere attualmente in esposizione a Galleria Vastagamma di Pordenone nell'ambito della mostra Fiabeschi Cioccolismi, evento conclusivo del progetto Working 4 - esposizioni a quattro mani edizione 2010.
Nello spazio Flickr di David Zellaby altre immagini della mostra.

Qui sotto il video di presentazione della mostra da parte della brava curatrice Francesca Bonetta.

sabato 10 aprile 2010

Magnus Beniaminus (1) - Alieni a Londra

La settimana scorsa sulla BBC è iniziata la quinta stagione (dal 2005) del redivivo Doctor Who.



Non so perché ma vado pazzo per questo telefilm inglese. In attesa di vedere dove quel signor sceneggiatore di Steven Moffat porterà il nuovo Dottore, interpretato dal giovane Matt Smith dopo l'abbandono del superlativo David Tennant, mi sono consolato con la scena d'apertura del primo episodio: il Tardis (la temponave del Dottore a forma di cabina telefonica della polizia inglese degli anni Sessanta) è in avaria dopo la rigenerazione esplosiva (è il caso di dirlo) del Dottore stesso e sta precipitando su una Londra il cui panorama urbano è sempre più definito dalle architetture hi-tech realizzate nell'ultimo decennio (il London Eye di David Marks e Julia Barfield, il Gherkin e la London City Hall di Norman Foster, il Millennium Dome di Richard Rogers).



La scena è mozza e senza rovinare troppo la sorpresa posso anticipare che il Dottore grazie al suo cacciavite sonico, ovviamente, riparerà il Tardis un attimo prima di schiantarsi contro il Big Ben.
Trovo molto interessante la scelta della Torre dell'Orologio come potenziale "fine corsa" del Dottore (che non dimentichiamolo è un Signore del Tempo) ma che diventa in questo caso anche icona urbana definitiva della capitale del Regno Unito.
Alcune delle architetture recenti sopra citate erano già entrate nella storia del telefilm: il London Eye, giusto per fare un esempio, svolge un ruolo fondamentale nel primo episodio della "prima" stagione 2005 (Rose).
A dimostrazione di come tali architetture abbiano assunto a pieno titolo nell'immaginario collettivo il ruolo di icone urbane in competizione con ben noti edifici storici ho già citato tempo fa su questo blog l'esempio del Gherkin attraverso due fumetti recenti quali Wisher (2006) di De Vita e Latour e Dylan Dog - Il Modulo A 38 (2009) di Recchioni e Brindisi.
In entrambi, e in particolare nel secondo, al grattacielo vetrato di Foster è demandato (anche) il compito di marcare l'ambientazione londinese della vicenda, ruolo in precedenza svolto in decine di occasioni proprio dalla Torre dell'Orologio.
Ma evidentemente la competizione non si è ancora risolta in favore dei nuovi caposaldi della geografia urbana di Londra.
Lo stesso Dottore (interpretato allora da Christopher Eccleston) commentava l'impatto di un'astronave aliena contro il Big Ben nell'episodio Aliens of London (2005) (al minuto 1:00 della clip qui sotto) come atto evidente di una strategia mediatica tesa a distrarre l'attenzione dalla vera invasione aliena attuata con lo strumento ben più subdolo e pericoloso dell'infiltrazione.



Come a dire: troppo banale.
Ma al contempo anche molto significativo.


(continua)

giovedì 8 aprile 2010

Finalmente (2)

Oggi giornata fortunata!


Con un leggero ritardo mi è finalmente arrivato per posta il volume Comics and the City. Urban Space in Print, Picture and Sequence curato da Jorn Ahrens e Arno Meteling cui avevo entusiasticamente già fatto cenno qui.
Che io sappia è il primo libro che affronta in maniera così approfondita il rapporto tra Città e Fumetto. Credo che i precedenti, peraltro in suolo italico, siano solo il mio Sequenze Urbane (1996-2006) (incentrato nello specifico sull'immagine architettonica della città) e il monografico Schizzo "Idee & immagini" n.13 dal titolo I Fumetti e la Città - Le Città e il Fumetto (2003) curato da Matteo Stefanelli con la collaborazione di Francesco Mazzetta.
Sicuramente degni di menzione sono poi almeno il "mitico" Architectures de Bande Dessinée (1985) e Ciutat & Comic - Ciudad & Comic (1998) per quanto in essi (soprattutto nel secondo) la parte di analisi sia piuttosto contenuta. Vero è che entrambi erano stati pubblicati come cataloghi di due "storiche" mostre sul tema.
D'ogni modo non vedo l'ora di leggere il libro di Ahrens e Meteling con tutta la calma dovuta, anche se prima mi diletterò con Gangbang di Chuck Palahniuk che ho appena iniziato.
Un paio di veloci considerazioni:
1) Tra coloro che hanno fornito un contributo al volume (che raccoglie gli atti di un convegno internazionale tenutosi a Berlino nel 2007) spicca l'assenza di un architetto o urbanista. Non credo sia stata una scelta deliberata dei curatori. Temo piuttosto che pochi professionisti del settore si interessino di questi argomenti. Un vero peccato.
2) L'apparato iconografico è ridotto al minimo, segno (forse) che i relatori si sono focalizzati più su contenuti e forma che sull'immagine urbana in sé (ma potrei sbagliarmi).

Detto ciò, sempre oggi un caro amico mi ha regalato il frutto più recente delle sue fatiche fumettistiche ancora fresco di stampa (si tratta di un'anteprima quindi, per non saper né leggere né scrivere, nella foto lascio che la copertina si intraveda appena). E' sempre un piacere tenere tra le mani e sfogliare con attenzione ciò che si è visto crescere quasi giorno dopo giorno sotto i propri occhi tra un'amabile chiacchierata e l'altra. Grazie Giulio, ancora e per tutto.