martedì 28 settembre 2010

New York Ex Machina (3)

Il tributo nei confronti di New York culmina in modo naturale nel ricordo delle torri gemelle del World Trade Center, onnipresente nello sviluppo narrativo e visuale di Ex Machina. Come già detto, nella New York del fumetto solo la Torre Nord del complesso ideato alla fine degli Anni Sessanta da Minoru Yamasaki è crollata nell'attentato terroristico dell'11 settembre 2001. Resiste invece la Torre Sud, salvata dall'intervento di Hundred, provvidenziale (appunto) deus “ex machina”.

La splash page conclusiva del primo albo della serie è una vista notturna della Torre Sud, che occupa il centro del quadro emergendo imponente dai più bassi edifici circostanti. Sulla sinistra, a fianco del grattacielo, un possente fascio di luce si erge verticale disegnando nell'aria la sagoma eterea della torre abbattuta. Si tratta della libera interpretazione che Vaughan e Harris danno dell'installazione Tribute in Light, una scultura di luce realizzata mediante l'uso di potenti riflettori che dal 2002 al 2008 ha illuminato a più riprese il cielo di Lower Manhattan in memoria delle vittime dell'attentato terroristico dell'11 settembre.

Anche nel fumetto la torre di luce evoca dunque l'edificio abbattuto. E' al contempo conforto e memoria di un'assenza. La tavola al vivo estende nel tempo l'immagine raffigurata, accentuandone l'essenza elegiaca. La sua lettura segue quella della tavola precedente, costruita per fasce orizzontali, che aveva portato il lettore a Ground Zero per seguire una discussione tra Hundred e Kremlin. Voltando pagina, il contrasto tra la dimensione orizzontale delle vignette ambientate nelle macerie del cantiere e quella verticale della singola immagine che ritrae le torri da un punto di vista lontano e neutrale enfatizza quest'ultima, rafforzandone così il già considerevole impatto emotivo.
Il Tribute in Light compare successivamente in svariati albi della serie ma non risulta una presenza costante, ricalcando in questo la vita dell'installazione reale che dopo il mese iniziale di accensione continuativa è stata ripetuta solo in occasione dell'anniversario dell'attentato.

Anche il momento stesso dell'attacco terroristico viene raccontato in più occasioni nelle pagine del fumetto con diversi flashback. L'undicesimo albo di Ex Machina si apre con due tavole che inquadrano obliquamente in contre-plongée Great Machine mentre cerca disperatamente di salvare le persone che si sono gettate dai grattacieli in fiamme. Di nuovo il taglio delle immagini è verticale. A un primissimo piano del volto di Great Machine seguono due vignette in campo medio (di cui la seconda è una splash page) nelle quali gli edifici, data la vicinanza del punto di vista che ne impedisce la visione d'insieme, sono riconoscibili dalla peculiare architettura della facciata caratterizzata dalla fitta gabbia strutturale delle colonne in acciaio. Quella degli occupanti dei grattacieli che, posti di fronte a una morte certa, arrivarono a gettarsi nel vuoto per sfuggire alle fiamme resterà per sempre una delle immagini più sconvolgenti della tragedia. Essa smascherava l'illusione architettonica di quelle macchine giganti, e per traslato del grattacielo inteso come tipologia, che da simboli gloriosi del capitalismo si trasformavano improvvisamente in trappole mortali rivelando a tutto il mondo in diretta televisiva la fragilità nascosta della loro natura artificiale.
Vaughan e Harris, nel riprenderla, intendono comunicare il lato umano della tragedia senza tuttavia spingersi oltre; delle Torri Gemelle del World Trade Center essi sembrano voler ricordare unicamente il portato simbolico più direttamente legato alla città e all'immagine urbana di New York. Tanto che Vaughan fa esprimere a Hundred, divenuto Sindaco, un parere totalmente negativo sui progetti per la ricostruzione dell'area, passaggio nel quale si può leggere una critica neppure troppo velata al master plan ambiguo proposto da Daniel Libeskind e alla sua velleitaria Freedom Tower. Il costruire “dov'era com'era, solo più resistente” concepito al contrario da Hundred sottolinea l'attaccamento emotivo alle torri del World Trade Center non tanto per la qualità del loro aspetto architettonico, che il protagonista non si esime dal mettere in dubbio, ma per il ruolo sedimentatosi nell'immaginario collettivo che esse avevano assunto nella definizione dell'inconfondibile skyline di New York.
Ed è per questo che le vignette d'ambiente che più risultano d'impatto, nonostante la quiete e la serenità apparenti, sono le viste del waterfront di Lower Manhattan in cui, paradossalmente, la sagoma della torre residua sottolinea con forza ancora maggiore l'assenza di quella abbattuta evocando nel lettore il ricordo della tragedia reale.

Le nuove “torri gemelle” di New York tornano così a essere i due capisaldi storici dei grattacieli di Manhattan: l'Empire State Building e il Chrysler Building, celebrati in particolar modo nella copertina dalla grafica vagamente rétro del venticinquesimo albo della serie dove la costruzione verticale e simmetrica dell'immagine accentua il tema del doppio.
Gemelli eterozigoti dai connotati opposti nelle rispettiva assenza e sfoggio elegante di decorazione, entrambi gli edifici compaiono a più riprese nelle pagine del fumetto diventando protagonisti della scena in occasioni molto distinte che ne sfruttano e sottolineano il diverso carattere formale.

La spoglia facciata verticale dell'Empire State Building diventa la base su cui un'altra fan di Great Machine, delusa dalla carriera politica intrapresa dal proprio beniamino, scrive a caratteri cubitali frasi ingiuriose nei confronti del Presidente George W. Bush, giunto in città per la Convention del Partito Repubblicano.

La guglia déco del Chrysler Building campeggia invece nella tavola conclusiva graficamente ridondante di un singolare episodio metanarrativo raccontato nel quarantesimo albo della serie. Si tratta di un fumetto nel fumetto con il quale Hundred intende diffondere la propria biografia e Vaughan, presente come personaggio disegnato, raccontare in prima persona la propria esperienza reale dei fatti dell'11 settembre. E' significativo che il professionista fittiziamente scelto al termine della storia per realizzare la biografia a fumetti di Great Machine sia Jim Lee, star indiscussa dei comics di supereroi e principale artefice dello straordinario boom del genere negli Anni Novanta. Il segno ricco ed eccessivo di Jim Lee trova nell'aspetto dinamico del Vertex l'opportuno sfondo di un'immagine ipercinetica dall'ambizioso impatto visivo, tipica dell'artista.

(3 - fine)

lunedì 20 settembre 2010

Archi & BD - impressioni

Un paio di settimane fa ho visitato Archi & BD, mostra parigina su Città/Architettura e Fumetto cui avevo già accennato qui, qui e qui.
Non è facile per me riportarne un parere oggettivo, in quanto occupandomi per diletto di questi temi e avendo avuto modo di allestire in un recente passato, sempre per diletto, una manciata di piccole mostre di fumetti con budget prossimo allo zero (anzi sotto lo zero, visto che ci ho messo del mio) sono consapevole di non possedere la doverosa “giusta distanza” che la cosa imporrebbe.
Ciò detto, Archi & BD merita sicuramente una visita attenta; il materiale in esposizione è molto ed è facile farsene travolgere.
Il percorso è cronologico (si parte da Winsor McCay) e per buona parte alterna fumetti noti a rari disegni di architettura, giustapponendoli perlopiù secondo un criterio di armonia visiva che lascia al visitatore il difficile compito di istituire nessi più o meno profondi tra espressioni visive dalle finalità tanto diverse.
La mostra è organizzata in quattro sezioni: la prima dedicata fondamentalmente a New York e ai comics americani; la seconda a Parigi e Bruxelles e alla BD; la terza a Tokyo e Pechino e al fumetto orientale; la quarta è invece una miscellanea che spazia dal progetto del Museo Hergé di Christian de Pontzamparc (interni di Joost Swarte) all'utilizzo del medium nel comunicare l'architettura fatto proprio da BIG.
Tutto sommato è quest'ultima parte, nonostante si tratti di un contenitore di argomenti molto vari, a risultare la più interessante perché ha l'indubbio pregio di presentare opere e temi meno noti o di più difficile accessibilità esponendoli tra l'altro con felici intuizioni. Penso ad esempio ai murales cairoti di Golo, alle pareti tappezzate delle illustrazioni dei calendari Vue sur la Ville, senza trascurare le divertenti, ma serissime, riflessioni di Reiser sull'architettura contemporanea datate 1980 o le tavole rosso sangue (letteralmente) de La Ville Rouge di Michaël Matthys.
Per il resto la mostra, piacevole e soprattutto stimolante, non è esente da qualche critica.
Fumetto, Illustrazione e Storyboard, ad esempio, sono trattati come se fossero la stessa cosa. L'apparato testuale che accompagna il visitatore non risulta poi di grande supporto se non si possiede un minimo di competenza disciplinare per integrare le scarne informazioni fornite. Ma forse questo è inevitabile per ogni mostra...
E purtroppo anche l'allestimento di Atelier Projectiles evidenzia piccole carenze: dall'inversione non rara delle didascalie all'esposizione eccessiva (suppongo non voluta) della sottostruttura che tende il telo in pvc dal quale in teoria le opere dovrebbero “emergere”; un'idea forte che probabilmente non è stato possibile implementare appieno.
In conclusione Archi & BD è una mostra di cui si sentiva l'esigenza e che si sforza, riuscendovi in buona parte, di costruire un discorso coerente su un tema tanto complesso.
Purtroppo il trattamento di questo stesso tema appare superficiale, nel senso letterale che l'analisi non si spinge oltre la superficie, appunto, del disegno, trascurando forse inevitabilmente la natura narrativa del mezzo.
D'altra parte un fumetto non nasce per essere appeso alle pareti di un museo ed esporre fumetti è di una difficoltà enorme quando si voglia andare oltre la semplice “messa in mostra” delle caratteristiche stilistiche e tecniche di un autore.
In questo senso il lavoro profuso nel delineare un immaginario urbano nelle sue declinazioni temporali e geografiche resta senza dubbio encomiabile.
Forse il catalogo si rivelerà strumento complementare per un doveroso approfondimento delle questioni sollevate. In attesa di studiarlo con la dovuta attenzione trovo comunque positiva questa iniziativa di Thévenet, il cui unico vero neo, in conclusione, è quello di non risultare né divulgativa né specialistica.
E in ogni caso la possibilità di ammirare il mitico Zoom Issue di Archigram in tutto lo splendore dei suoi artigianali pop-up vale da sola il prezzo del biglietto.

Colgo l'occasione per condividere due link interessanti e pertinenti che mi ha segnalato Matteo Stefanelli:
http://www.tcj.com/hoodedutilitarian/2010/09/strange-windows-draw-buildings-build-drawings-part-1/
http://www.tcj.com/hoodedutilitarian/2010/09/strange-windows-draw-buildings-build-drawings-part-2/

Buona lettura!

Edit - e qui la terza parte:
http://www.tcj.com/hoodedutilitarian/2010/09/strange-windows-draw-buildings-build-drawings-part-3/